Bagagli, prego!

15 giugno 2010

Le vacanze e i villaggi sono sempre una bella fonte di ispirazione per la lingua italiese.
Recentemente mi sono trovato ad essere accolto all’aeroporto dal servizio di benvenuto di un villaggio, che ci ha accompagnati ad un pullman dove sono stati caricati anche i nostri bagagli, con operazioni di incastro degne di una maestro di tetris il quale, a operazioni concluse, si rivolge verso di noi e ci dice: “Non vi preoccupate, in albergo poi ci pensano i bagagisti.” E poi sale sul pullman per mettersi al posto di guida.
Salgo anche io, e mentre mi accomodo accanto al mio pargolo, non posso fare a meno di pensare che i bagagisti siano degli aspiranti rivenditori di biglietti di contrabbando, dei bagarini stagisti, insomma. Invece all’arrivo in albergo scopro che si tratta di persone predisposte a portare i bagagli in camera. La mancia che pretendono somiglia ai ricarichi dei bagarini, ma la somiglianza si fema lì.

francesco Uncategorized

Appendiabiti fantasma

23 giugno 2009

La parola “abito” a me piace. Più di vestito. Probabilmente perché è meno usata, e un po’ più raffinata.

Anche complicata, non c’è dubbio, con quella “b” che deve essere accennata solamente, le labbra devono toccarsi appena, per non cadere nella pesante cadenza romana che raddoppia alcune consonanti, tra cui, appunto, la “b”. Prosegui la lettura…

francesco abusi di lingua

Per quelli che si bevono di tutto

28 maggio 2009

“Riteniamo che la comunicazione sia un’arma fondamentale per il successo, siamo quindi facilmente e-mailable, faxable, phoneable, postable e generalmente approchable”.

Da www.h2only.eu.

Decisamente non purchasable.

francesco Uncategorized

Perché non mi ringhi mai?

16 aprile 2009

Me l’avevo segnalato Luca un po’ di tempo fa, ma devo ammettere che sentirlo con le proprie orecchie fa tutto un altro effetto…

Parliamo di un comunicato pubblicitario radiofonico che esorta ad utilizzare uno dei tanti servizi nati qualche anno fa per ottenere informazioni utili tramite telefono (a pagamento, s’intende). Ebbene, l’esortazione viene fatta da una voce squillante che dice: “Ringa 1254!”

Ringa. No, davvero, pensateci un minuto. Ringa. E perché non “colla”? (da to call, e ho sentito dire pure questo). Non ho capito se era un tentativo di ingraziarsi il pubblico molto giovane (che spende soldi per informazioni utili invece che per le suonerie? Mah…) oppure una mossa per cercare di emergere dalla massa dei vari servizi.

Se volevano far parlare di loro, di certo ci sono riusciti visto che io sono qui a raccontarvelo, ma sinceramente non è che in questo modo io venga pushato ad utilizzare il loro servizio…

francesco abusi di lingua ,

C-o-m-p-i-t-a-r-e non è sil-la-ba-re

5 aprile 2009

Chi vuol esser milionario, nella bentornata edizione classica, in cui i concorrenti hanno tempo per ragionare ed evitare di dire castronerie. Prosegui la lettura…

francesco Uncategorized

Rinnovare o rabberciare?

5 aprile 2009

Striscia la notizia, servizio sulla cumana di Napoli, in cui molte stazioni sono state rifatte senza barriere architettoniche. Bene. Ma i treni sono ancora pieni di scalini e impedimenti per le carrozzine. Male. Ma niente paura. L’amministratore delegato della società che se ne occupa, interpellato in merito alla questione, prontamente risponde: “Stiamo organizzando le cose per procedere ad un revamping dei treni.”

L’inviato di Striscia, al sentire questo termine, non fa una piega, e  il pubblico medio della trasmissione ha senza dubbio capito cosa il tipo volesse fare a quei treni…

Io, invece, che sono notoriamente sotto la media, ho aperto il dizionario Garzanti, che alla voce to vamp riporta:

v.tr.
1 mettere la tomaia a (scarpe)
2 to - (up), raffazzonare, rabberciare; mettere insieme alla bell’e meglio
3 inventare, ideare
4 (sl. dei neri d’America) assalire, picchiare, percuotere ♦ v.intr.1 (mus.) improvvisare 2 (dial.) camminare faticosamente.

Scegliete il significato che preferite. Io sono indeciso tra il 2 e il 4.

francesco abusi di lingua ,

Un tuffo dove l’acqua è più blu

31 marzo 2009

Se siete fortunati, la prima volta che vi capita di sentirlo siete in agenzia di viaggi, mentre cercano di vendervi un pacchetto all-inclusive in un villaggio nel Mar Rosso o ai Caraibi: “e potete fare moltissime attività, tennis, fitness, acquagym, snorkeling…”. Stop.

Tennis. Ce l’ho.

Fitness. Mpfh. Ma ce l’ho.

Acquagym. Mpfh. Ma ce l’ho.

Snorkeling. Mi manca.

E mentre ascolate la voce dell’agente di viaggi, sfogliate il catalogo con un mezzo sorriso ma pensate… “Cazzo è sto snorkeling? Lo chiedo o non lo chiedo? Ma sì, deve essere una di quelle figate esotiche, tipo bere un cocktail con una cannuccia infilata direttamente in una noce di cocco mentre una massaggiatrice in bikini mi fa un massaggio, sdraiato sotto una palma… Lo chiedo? Ma sì, alla fine lei è qui per spiegarmi il viaggio, quello per cui pago, quindi chiedo!”

E così, dopo aver alzato lo sguardo dal catalogo, con voce sognante e speranzosa, chiedete: “Cosa è lo snorkeling?”

L’agente di viaggi interrompe quello che stava spiegando alla vostra ragazza (ovvero quanto sia bello fare ginnastica alle 8 di mattina mentre si pagano 2.000 euro di vacanza) e vi guarda a metà tra l’impaurito e il disgustato, pensando: “Ecco il solito poraccio che non è mai andato oltre Fregene…”. E, pazientemente, vi spiega cosa è lo snorkeling.

Ma potrebbe andarvi peggio. A me è capitato mentre stavo ascoltando il solito resoconto delle vacanze di qualcun altro. Situazione classica: pausa caffè, colleghi, uno appena rientrato da una vacanza nel Mar Rosso. Si prende il caffè, le solite scenette: io ho finito la chiavetta, aspetta te lo pago io, a me niente caffè che stamattina ne ho già presi tre. Il solito, insomma. Poi tutti in cerchio a girare il caffè in bicchierini di plastica color marrone, guardandosi le scarpe. Il vacanziero, unico abbronzato in questo maledetto inizio di caldissimo luglio, l’unico che si è già potuto permettere le vacanze, dissimula l’attesa facendo un po’ il vago, ma non aspetta altro che la domanda. Che puntualmente arriva.

“Allora, com’è andato il viaggio?”

E subito un fiume di parole sulle bellezze del Mar Rosso, le spiagge bianche, i paesaggi, le donne in vacanza…

“…e poi ho fatto snorkeling, è bellissimo, ho visto delle cose meravigliose…”

Snorkeling? Confessate: quante volte avete sentito parlare di snorkeling negli ultimi anni? Un collega, un amico, un cliente… nessuno vi ha parlato di quante cose meravigliose ha visto facendo snorkeling?

Snorkeling. Non è che mi freghi più di tanto di sentire il racconto della vacanza sul Mar Rosso, l’ho sentito da decine di persone ed è sempre uguale, è come se ci fossi stato pure io ormai, un po’ come la Grecia di Bisio in Rapput. Ma lo snorkeling no.

E sto quasi per farla la domanda, ma mi guardo in giro e tutti annuiscono sorridendo senza mostrare il minimo disagio, danno l’impressione di sapere esattamente di cosa l’uomo sta parlando. Sono l’unico. Snorkeling. E vabbe’, meglio non chiedere, faccio la solita figura del purista italiano che non si abbassa a conoscere le parole inglesi. Mi tocca starmi zitto.

Eppure c’è qualcosa che mi ronza nella testa. Viene da lontano, molto lontano. Io questa parola l’ho già sentita… E mi metto a cercare negli anfratti della mente, nei ricordi di bambino, immagini confuse di strani personaggi colorati… Snorkeling, oggi mi fa venire in mente una roba tipo polipi al naso, ma quando ero bambino? Cosa era? Una favola? No… un cartone animato? Sì! Gli snorky! I cugini sottomarini dei puffi! Quelli che vivevano sott’acqua e avevano una specie di boccaglio sulla capoccia.

Che simpatici che erano gli snorky! Con l’immancabile sigla cantata dall’eterna ventenne Cristina D’Avena e l’obbligatoria collezione di pupazzetti con la forma dei protagonisti (oggi le rappresentazioni plastiche tridimensionali di personaggi famosi e/o immaginari le chiamano action figure o giù di lì, all’epoca si chiamavano pupazzetti).

E con la mente vago nei ricordi di merende con pane e nutella davanti alla televisione a guardare gli snorky, e assumo l’espressione un po’ ebete di chi ripensa ai primi amorini conquistati con un pupazzetto dei puffi (che valeva quanto un diamante!).

Ma poi vedo un movimento tutt’intorno. La ciurma ha finito il caffè e l’abbronzato ha finito i racconti. Si torna a lavoro. Blup! I miei ricordi svaniscono con il suono di una bolla di sapone che scoppia e mentre percorro il corridoio che mi riporterà alla scrivania, guardando il pavimento che scorre lento sotto i miei piedi, comincio a fare i miei conti.

Dunque… gli snorky erano dei mostriciattoli  che vivevano sott’acqua. Ok. Questo tizio è andato a Sharm: lo chiama così, senza aggiungere El Sheikh, manco fosse il quartiere in cui vive da vent’anni. Comunque è andato lì. E lì c’è sicuramente un bel mare. Mi dice che ha visto cose bellissime, tra cui la barriera corallina…

Ma sto snorkeling… sarà mica che sto tizio s’è messo maschera e boccaglio e s’è buttato a mare?!?

francesco abusi di lingua

Perché si usano termini di un’altra lingua?

27 marzo 2009

Mi piace osservare e studiare la lingua italiana, ed anche la comunicazione, sia pubblicitaria che interpersonale, il tutto senza alcuna base professionale o didattica, solo a livello di pura curiosità.

Nelle mie osservazioni spesso mi sono domandato come mai le persone, mentre parlano o scrivono, o le aziende, mentre fanno pubblicità, decidono di utilizzare un termine non italiano.

Le ragioni che ho trovato sono molteplici, e cercherò qui di elencarle.

Per essere fichi o apparire al passo con i tempi

Credo sia la madre delle ragioni. Quante volte capita di sentir utilizzare una parola inglese e vedere chiaramente negli occhi di chi la pronuncia la scintilla che esprime “hai visto che cosa so dire?”

Sono i classici “Ho un meeting alle 10″, “Quel locale è cool“, “Dammi un feedback“.

Per pigrizia

Personalmente trovo che la pigrizia sia il motivo per cui molte cose non funzionano, nella società e nelle istituzioni, e a volte si usano termini inglesi solo per pigrizia mentale: magari si è abituati ad usare un certo termine perché lo si fa nel proprio campo professionale per velocità, ma al di fuori di esso sarebbe opportuno utilizzare un equivalente italiano. “Ma chi me lo fa fare?”, ci si domanda inconsciamente magari alla fine di una giornata di lavoro stancante, “Tanto mi capiscono lo stesso, mica parlo in ostrogoto”. Poi questo processo mentale inconscio diventa la regola e ci si trova a deliverare o a risolvere issue.

Per attenuare o camuffare un significato

A volte utilizzare la parola italiana vuol dire essere troppo diretti, e ci sono casi in cui è preferibile essere meno espliciti. In un ristorante di gran classe, con sedie di velluto rosso e camerieri con una divisa crema immacolata anche dopo ore di lavoro, difficilmente si chiederà il bagno, ma si preferirà domandare della toilette. E per descrivere un donnaiolo senza essere offensivi si utilizzerà tombeur de femmes.

Curiosamente nella maggior parte dei casi i termini che rientrano in questa categoria vengono presi dal francese, probabilmente per la sua musicalità molto dolce che riesce a far sembrare tutte molto più leggero, almeno alle nostre orecchie.

Perché la Crusca è stata lenta (ma lo è stata davvero?)

Non me ne vogliano i dotti custodi dell’italica lingua, ma a volte ho l’impressione che se ci fosse stata una netta presa di posizione “dall’alto”, le cose sarebbero andate diversamente. Ogni anno, specialmente nella nostra era, nascono “cose” nuove, intese come oggetti e concetti, e ovviamente il nome dei neonati è quasi sempre di origine inglese. Se non si trova subito un analogo italiano, è normale che le persone usino il termine originale con cui sono venute a conoscenza della nuova “cosa”.

E’ vero però che gli italiani sono spesso molto esterofili e poco nazionalisti, e quindi convincerli ad utilizzare topo al posto di mouse sarebbe stato improbo, anche se fosse stato fatto quando ce n’era bisogno, come invece è stato fatto in Spagna, dove il mouse è nient’altro che un raton (topo, appunto).

Perché i pubblicitari ci trattano come idioti

Forse perché sanno che siamo esterofili, forse perché per loro è più semplice, forse perché semplicemente ci pensano come un pubblico facilmente plasmabile.

Spiegatemi per quale altro motivo un’azienda, tra l’altro di origine francese, dovrebbe pubblicizzare i propri prodotti per la pesca delle carpe con lo slogan “Appassionati per il carp fishing!”.

Altrove ci sono multinazionali che cambiano il proprio nome per “calarlo” meglio nella lingua locale: in Spagna, per restare nel paese dell’esempio precedente, Auchan si chiama Alcampo. E noi invece ci becchiamo il carp fishing

Perché suona proprio bene

Ammettiamolo: a volte una parola o espressione straniera rende un concetto talmente bene e in maniera talmente chiara che trovare un analogo italiano è un’impresa molto ardua, o addirittura superflua.

E magari il suono è proprio quello giusto, la musicalità perfetta per accompagnare il concetto.

Un esempio su tutti? Take it easy!

Perché non esiste un analogo italiano che renda veramente il senso

A volte il significato intrinseco di una parola straniera è semplicemente intraducibile. Prendiamo ad esempio sommelier: la sua accezione odierna, nella lingua francese, deriva da un’etimologia particolare, e il suo significato è cambiato nel tempo, fino ad arrivare a quello attuale. Il Garzanti riporta:

dal provenz. saumalier ‘conducente di bestie da soma’, poi ‘addetto ai viveri’, quindi ‘cantiniere’.

E’ dunque indubbio che  sarebbe illogico tentare di tradurre il signifcato di un termine che è cambiato tanto nella lingua originale.

L’elenco non pretende di essere esaustivo, quindi se avete aggiunte… segnalatele!

francesco riflessioni

Benvenuti su Speak as you eat

26 marzo 2009

Benvenuti! Qui ci divertiremo a prendere un po’ in giro l’uso spropositato e fuori luogo dei termini stranieri nel linguaggio comune.

Se vi va di sapere qualcosa di più degli autori e dell’idea, cliccate qui

admin riflessioni